giovedì 16 agosto 2018

Come si vince a Waterloo


0.0  Inquadramento del tema
Molteplici, infiniti sono i modi di leggere un testo. E la pratica della rilettura dei testi, di qualsivoglia genere essi siano, è lodevole e spiritualmente produttiva, in quanto ci permette di scoprire sempre nuove e preziose risonanze che tali prodotti di genio racchiudono. Il filologo, inoltre, forse per deformazione professionale, tende ad isolare parti di un elaborato, che spesso possono acquistare vita propria e fornire stimoli intellettuali e spunti di riflessione
E’ il caso della premessa all’opera di Michele Federico Sciacca “Come si vince a Waterloo”1. Si tratta, senza ombra di dubbio, di un piccolo capolavoro di scrittura filosofica, retoricamente sostenuto e concettualmente denso e pregnante. Non ho tema di affermare che potrebbe essere letto a sé stante e fornire infiniti echi, non solo di tipo filosofico, ma pure latamente esistenziale e precipuamente politico.
1.0  “Il libro è noi stessi, in prospettiva”
La Premessa inizia con una riflessione  sull’origine remota e prossima del volume. L’autore ammette che le pagine che compongono l’opera sono nate da occasioni diverse ed hanno un carattere frammentario nella loro genesi esistenziale, ma unitario nell’ispirazione di un tema ricorrente che naturaliter sembra fornire loro una labile cornice, entro la quale possano vivere.
Sciacca non è ancora interessato ad illuminarci sul tema unificante, indugiando in riflessioni sul rapporto frammentarietà-organicità di un saggio-tipo. Lo stile profuso, che farebbe inorridire certi filosofi analitici attuali, col  loro arido schematismo stilistico para-matematico, è fresco e brillante. Affronta profondità concettuali senza scadere in pedanterie assurde e citazionistiche. L’autore ammette, poi, che «bastava che mi proponessi una qualsiasi organicità esteriore; di colpo, il pensiero si fermava»2, ammettendo il carattere frammentario di un’opera, fortemente legata a «condizioni spirituali, dovute a particolari circostanze»3.
Ma tutto questo a Sciacca non basta. Il terzo capoverso della Premessa è, a mio modesto avviso, un piccolo gioiello di retorica filosofica, degno della migliore tradizione classico-occidentale. Sembrano rampollare in filigrana certe immagini dei miti platonici, aggiornate all’uso moderno.
Sciacca ammette che da queste pagine  frammentarie fuoriesce il suo “modo di filosofare”, ma in maniera del tutto particolare. Dice, infatti, «lo stile inclina al “poetico”, pur tenendosi saldo alla formulazione concettuale»4. Non basta. L’autore invita con felice e riuscito artificio retorico i dotti, gli addottorati a non leggere quest’opera “in-dotta”, perché errante nella prateria di un’esistenza ricca di esperienze plurime, dove la componente della riflessione filosofica è parte, ma non tutto, di un universo umano amplissimo.
E poi affida questo suo libro ad un destino particolare. Si chiede: «E’ destinato ad andare vagabondando?»5 e la sua risposta affermativa s’innerva su quello stile “poeticamente filosofico” che l’autore ha richiamato sopra. L’erranza dell’opera, pertanto, consente all’auctor di darle «una sua libertà, vestita con trasandata eleganza»6. All’interprete, frequentatore dei testi poetici delle origini della letteratura italiana, questi «concetti sciolti in immagini [e queste] immagini contratte in concetti»7 paiono rievocare in prosa taluni congedi di canzone, in cui il poeta invia la sua creatura letteraria in direzioni varie e a destinatari molteplici e diversi.
1.1  Finalmente il tema: il «silenzio» e la «parola».
Il tema unificatore della Premessa «è il “silenzio” e la “parola”come i due elementi essenziali e indivisibili del linguaggio»8. E qui Sciacca si sofferma sul titulus operis. Un titolo  del tipo “il silenzio e la parola” avrebbe reso l’idea degli argomenti trattati, ma non del senso che tali riflessioni suscitano nel lettore, e che si può compendiare così: «Come si vince nella sconfitta? Come, quando il mondo e la nostra vita ci si sfasciano tra le mani, si può trasformare la sconfitta in vittoria? Come si vince a Waterloo?»9.
1.1.1     Dimensione esistenziale del come si vince a Waterloo
«Ad Austerlitz si perde; a Waterloo si vince»10. Il primo significato che si può ricavare dalle riflessioni di Sciacca è di carattere genericamente esistenziale. Niente esercizi di autostima o mistica della resilienza, ma una robusta e coerente coscienza di sé sia nei momenti di sconfitta che di vittoria. Sciacca afferma in maniera acuta che per vincere in modo completo e costruttivo, non basta aver sperimentato l’insuccesso, occorre «far consistere la vittoria nella sconfitta e avere il senso vivo della disfatta, proprio quando guadagniamo la più splendida vittoria nel mondo»11.
Sconfitta e vittoria costituiscono, dunque,  due facce della stessa medaglia nella vita di ognuno di noi. La società odierna con i suoi parametri tutti incentrati sull’efficientismo produttivista di matrice liberal-liberista fa coincidere la “realizzazione” esistenziale con l’accumulo delle res materiali a dispetto dell’esse spirituale sia ti tipo culturale che religioso. Per i mondani decerebrati di oggi Austerlitz sono successo economico, edonismo sensuale con parvenza familistica12, notorietà sociale fittizia e peritura. Chi non rientra in questi canoni è un “uomo di Warterloo”, un presunto sconfitto della storia, anzi della loro nano-storia, fatta di dilettantismo estemporaneo e ossessione narcisistica.
Ma Sciacca va oltre in questo suo involontario ammaestramento esistenziale. Ci offre una sorta di “morale” della favola, come dice lui stesso. In cosa consiste tale morale? Nell’affermare che «per poter vincere nella sconfitta bisogna prepararsi»13. La vita terrena è tutto un esercizio fra la notte di Waterloo e le luce di Austerlitz. Il gioco sta tutto nel cogliere la luce nella notte e le tenebre  nella luce. Seppur ricondotta ad una matrice esperienziale e personale, la coppia Waterloo-Austerlitz assurge nelle argomentazioni di Sciacca a typus  di quella militia hominis super terram che è la vita umana. La ricomposizione, come nel volume di Sciacca, può avvenire solo per frammenti da un vasto zibaldone autobiografico, che tendono, però, all’unitarietà e organicità di un vivere militante, che unisce storia e metastoria, che punta a quel senso profondo degli eventi, che è la Storia “con cui non ci si accende la pipa”14.
1.1.2     Come si vince a Waterloo”utile per la battaglia politica?
Da sovranista neocomunitario e identitario mi sta a cuore anche una possibile lettura politica di tutto il discorso di Sciacca. Vittoria, sconfitta, preparazione ad entrambre. Il quadro sconsolante, ma temporaneo di una politica acefala e in-forme, che si nutre esclusivamente di necessari quanto insufficienti slogans micro cesaristi, tutta appiattita sull’hic et nunc, se rappresenta un riflesso lugubre e funereo delle post-società liquide attuali, non potrà essere duratura.
Le classi dirigenti, sia politiche che economico-sociali, prive di una coriacea “cultura della sconfitta” si cullano in un eterno presente micro- e macro-emergenziale, piattamente elettoralistico, senza impegnarsi a leggere oltre la luce di una falsa Austerlitz, che poi è una ciclopica Waterloo da Età Incerta (Next Age).
Ecco la risposta di un come di vince a Waterloo di stampo identitario-comunitario. Non solo emergenza, ma anche previdenza; non solo propaganda, ma soprattutto programma, lungimirante e organico, che, però, non può eludere il problema di base: il superamento delle attuali democrazie liberali dell’Occidente come forma di governo e di società, ormai sconfitte dalla Storia. Cosa possono apprendere i nostri politici di ogni livello da queste nostre riflessioni, eco minori di quelle ben più sostenute di Sciacca? L’umiltà unita all’intelligenza del reale, la capacità di non esultare più di tanto per una vittoria come di non disperare più di tanto per una sconfitta. L’aggancio alla realtà porta anche come conseguenza il rispetto per tutti, siano essi i notabili, finanziatori di una plutocrazia pseudo democratica, siano essi gli hobbit della Contea, le persone comuni, alle quali quasi mai oggi viene data realmente voce.
Le recenti elezioni comunali nel mio luogo di residenza hanno dimostrato che questo percorso, che qui ho solo abbozzato, debba ancora essere intrapreso da quasi tutti gli attori dell’agone politico.
1.2   La vita che insegna ad esistere
Mi piace ancora soffermarmi sugli ultimi tre capoversi della Premessa di Sciacca.
Il primo capoverso illustra brevemente le “fonti” che sottostanno ai frammenti unitari del volume. Sono essenzialmente di due tipi: da una parte auctores e auctoritates varie e variamente filtrate, partendo dalla mistica spagnola per giungere al romanticismo tedesco fino alla spiritualità rosminiana; dall’altra una pluralità di occasioni reali, di eventi, di luoghi per li mondo,  cha hanno generato i singoli fragmenta. Ma più di questo plazer – o enueg, a seconda dei punti di vista- ciò che mi sta a cuore sono le considerazioni che Sciacca compie nel penultimo capoverso.
Punto di partenza: nel libro si citano testualmente pochi autori. Per sciatteria e trasandatezza? Nient’affatto! Sciacca pone sullo stesso piani le auctoritates illustri e tutti quegli «uomini[che ha] incontrato e [che gli] hanno dettato, a volte con una parola o un gesto, più che un intero libro»15. La loro non citabilità è per Sciacca un forma di plagio indiretto. Del resto, certe immagini o idee alrtui, una volta sedimentate nella propria coscienza e riemerse in un’esperienza personale che le trasforma, pur mantenendo la loro fisionomia originale, diventano “fonti” difficilmente citabili. Confluiscono tutte in quella sorgente prima che per Sciacca è l’esistenza. Per il pensatore siciliano l’uomo «che, quando insegna e non predica; quando soffre e non disserta sul dolore; quando esiste e non fa parole sull’esistenza»16 compie un alto magistero: «insegna ad esistere».
1.3  Scrittura, filosofia, poesia: un bilancio
Solo quattro paginette nell’edizione del 1962, ma la Premessa a “Come si vince a Waterloo” di Michele Federico Sciacca ci ha fornito più di un insegnamento.
In primo luogo, leggere con attenzione o curare la stesura, qualora fossimo autori, di un introduzione ad un saggio non è mai mero esercizio esornativo, volto a sunteggiare l’opera o a fare i pur dovuti ringraziamenti, ma si presenta come un utile vademecum generale per il lettore non distratto e frettoloso. In secondo luogo, però, Sciacca qui dimostra come un pensatore maturo, un saggista dalla penna capace, possa trasformare il locus introibale della Premessa in un’unità testuale così ben costruita da staccarsi dal restante corpus dell’opera e volare con ali proprie.
Un esercizio che unisce pensiero filosofico, arte retorico-letteraria e scrittura accattivante e coinvolgente. Impariamo ad «insegnare a vivere».

Saluti

Francesco Baldini



Note:

[1] M.F.Sciacca, Come si vince a Waterloo, Milano, Marzorati, 19624
[2]: Premessa a Sciacca, Come si vince…cit, p.9
[3]: ibidem
[4]: Premessa a Sciacca, Come si vince…cit, p.10
[5]: ibidem
[6]: ibidem
[7]: ibidem
[8]: ibidem
[9]: ibidem
[10]: Premessa a Sciacca, Come si vince…cit, p.11
[11]: ibidem
[12]: Cosa intendo per “parvenza familista”? Non tanto la pratica del concubinato more uxorio (le cosiddette convivenze di vario colore), quanto piuttosto il fenomeno farisaico di famiglie e mattrimoni “in regola”, dove soprattutto le ladies scelgono – nessuna novità, ma non c’era stata l’emancipazione femminile?- in base a meri criteri economici, fondando la loro domus aurea familiare sulle sabbie mobili del relativismo etico, spacciato pure per “ortodossia” pro-Family, e del mercantilismo economicistico. I risultato sono divorzi e separazioni che si moltiplicano a dismisura e l’incapacità da parte di tutti – lassisti modernisti da un lato; rigoristi pseudo tradizionalisti dall’altro- d’invertire il flusso e di inaugurare un ciclo storico-sociale virtuoso
[13]: Premessa a Sciacca, Come si vince…cit, p.11
[14]:  Alla fine di p.10 della Premessa, Sciacca ammette che aveva pensato per la sua opera ad un altro titolo, assai irriverente: «Con la storia mi accendo la pipa». Ma, in forza di tal carattere provocatorio, – come lui stesso ammette- aveva desistito dal suddetto proposito.
[15]: Premessa a Sciacca, Come si vince…cit, p.12
[16]: Premessa a Sciacca, Come si vince…cit, p.12-13

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